Gaël Giraud. Ha lasciato Wall Street per farsi gesuita e sacerdote
Economista, matematico, teologo. Lavorava per
il governo di Parigi. Era l’enfant prodige delle banche. Che ora vogliono
soffocarlo. «Stop ai combustibili fossili, ma così le prime 11 banche d’Europa
crollerebbero. Hanno tentato d’incastrarmi, mandando una ragazza che voleva
fare sesso»
Economista, matematico, teologo, sacerdote,
poliglotta (parla sette lingue), ex consigliere ombra del presidente socialista
François Hollande, già capo economista e direttore esecutivo dell’Agenzia
francese di sviluppo fondata da Charles De Gaulle (unico prete ad amministrare
per il governo di Parigi un budget da 8 miliardi di euro a favore dei Paesi
poveri), Gaël Giraud, 53 anni, ha
lavorato a Wall Street dal 1999 al 2003, mentre si avviava a diventare
gesuita. Era l’enfant prodige delle banche: «Dovevo elaborare un modello
matematico sofisticato basato sulla teoria dei giochi nata dagli scacchi, da
applicare ai derivativi, i titoli spazzatura in Italia chiamati derivati, allo
scopo di evitare la crisi finanziaria dei mutui subprime che tre anni dopo
avrebbe messo in ginocchio il mondo». Invece svelò come venivano usati gli
algoritmi per truffare i clienti. Da quel momento è diventato il demonio.
Cercano di distruggerlo con campagne di stampa. Hanno persino tentato
d’infilargli nel letto una fascinosa cinese.
Il titolo del suo nuovo saggio, Il gusto di cambiare
(Slow food editore e Libreria editrice vaticana), scritto con Carlo Petrini
e Stefano Arduini, rappresenta il compendio della vita di questo gesuita. «Ha
generato in me un sapore di speranza, di autenticità, di futuro», scrive Papa
Francesco nella prefazione. C’entra anche il dolore: a 28 anni perse il padre e
a 34 la madre («entrambi per infarto»); primogenito di tre fratelli, vide
morire il secondo di 18 mesi e il terzo di 34 anni.
Che cosa si prova a rimanere soli?
«Difficile dirlo. Ho imparato la vulnerabilità della vita. E quanto valga, ma
sia molto breve, l’amore della famiglia».
Un economista che si fa prete. Raro.
«A 11 anni scelsi un lavoro che mi consentisse di ascoltare Bach tutti i
giorni. Quindi, organista o sacerdote. A 19 ero sulle Alpi con mio zio Martin
Kopp, vicario generale della Svizzera centrale. Mi disse: “Devi imparare a
pregare”. M’indicò un direttore spirituale, un gesuita francese. A 25 la
svolta, in Ciad».
Convertito sulla via di N’Djamena?
«Nella savana, tra i bimbi di strada. Ero laggiù per il servizio civile. Vidi
con i miei occhi che il modello economico-alimentare in cui siamo immersi
conosce il prezzo di tutto e il valore di niente, lo dice anche Francesco nella
prefazione».
«La transizione ecologica come via per la
felicità», recita il sottotitolo. Però la parola «felicità» nel Vangelo non
c’è. Promette più lei del Nuovo Testamento.
«Ma c’è il discorso delle beatitudini: “Beati i poveri...”. È questa la
felicità. Non è quella mondana: soldi, potere, sesso».
Ha conseguito dottorati in matematica e teologia,
ha studiato economia. Non capisco se ami di più ragionare sui numeri, sui soldi
o sul Padreterno.
«La tenerezza di Dio è l’unica cosa che conta. Senza, non possiamo fare nulla.
La matematica è un utensile. E i soldi solo un mezzo: ho fatto voto di
povertà».
Tuttavia nel suo saggio cita Dio solo sette
volte, mentre transizione ecologica ricorre 38 e banche 28. Ambiente e soldi
sono le divinità dell’uomo moderno?
«L’ambiente no. Le banche sì. Ed è un’idolatria estremamente pericolosa».
Allora perché si mise al loro servizio?
«Solo di Crédit agricole e Compagnie parisienne de réescompte. Ero molto
giovane. Sentivo la responsabilità verso la famiglia dopo la morte di mio
padre».
La pagavano bene, almeno?
«Lavoravo solo un giorno a settimana, per 1.000-2.000 euro. Ho vissuto la crisi
finanziaria del 2008 minuto per minuto, al fianco di mio fratello Aurèle,
trader, specialista in derivati presso Bnp Paribas. Era sconvolto
dall’inefficienza totale delle banche e dalla quantità di titoli tossici in
circolazione. Dobbiamo fare qualcosa, ci siamo detti. Il mio primo libro, un
piano di riforma del sistema, nacque così. Purtroppo in quello stesso anno, a
novembre, Aurèle morì. Nel frattempo i mercati finanziari mondiali avevano perso
circa un quarto del loro valore».
Che altro fanno di brutto le banche?
«Se venissero proibiti petrolio, gas e carbone, le prime 11 d’Europa
fallirebbero. Loro ne sono consapevoli da anni, non hanno aspettato me per
capirlo».
È terribile. Come fa a sostenerlo?
«Fra azioni e prestiti, hanno investito in energie fossili il 95% dei
rispettivi capitali. In totale 530 miliardi di euro. Se passiamo alle energie
rinnovabili, vanno in bancarotta. Non sanno come fare a liberarsi di questa
zavorra».
E lei lo sa?
«Nel 2009 la Commissione europea propose che ogni Paese creasse una bad bank, una banca dei titoli spazzatura:
ieri erano i mutui subprime, oggi i combustibili fossili. Ma non è la soluzione
giusta, perché socializza il deficit: gli istituti di credito privati
guadagnano, lo Stato perde, il cittadino paga. L’alternativa è che sia la Banca
centrale europea a fare da bad bank. Non
costerebbe nulla a nessuno. I miei colleghi francesi mi hanno dato del pazzo.
Però la Banca dei regolamenti internazionali, che a Basilea riunisce le banche
centrali di tutto il mondo, ha pubblicato un rapporto in cui mi dà ragione.
Alcuni amici della Bce mi dicono: “Tecnicamente è possibile, ma politicamente
no”. Temono il panico sui mercati. Eppure questa è l’unica strada affinché le
banche, ripulite, finanzino la transizione ecologica».
Ora mi è chiaro: conviene di più dimostrare che
padre Giraud è un donnaiolo.
«Si presenta questa ragazza di 23 anni. Dice di essere figlia di un generale
cinese altolocato. Ignoro se sia vero. Chiede il dottorato con me. Rinvio la
risposta all’anno seguente. Allora lei mi propone esplicitamente di fare sesso.
La allontano. Poi scopro che aveva preso casa a 300 metri dal mio studio di
Parigi».
Sia sincero: ha faticato a resisterle?
«Era molto bella. Tre mesi dopo mi scrive una mail: “Mi spiace di averle fatto
del male. Ma ero controllata da fuori”. Non capivo. La invito in una
caffetteria e le chiedo: chi ti ha mandato? Silenzio».
Di recente «Le Monde» l’ha accusata di plagio,
complottismo, antisemitismo.
«Un attacco mirato perché secondo alcuni incarno l’alternativa al sistema».
Lei teorizza che il rapporto tra stipendio dei
dipendenti e dei capi delle imprese debba essere di 1 a 12. C’entra qualcosa il
numero degli apostoli?
«Un’indagine tra i francesi ha suggerito 1 a 10. Nel pubblico siamo 1 a 11.
Nell’economia sociale 1 a 5. Serve una progressione. Si può partire anche da 1
a 100. Ma non da 1 a 1.000 come accade oggi».
Pensa che Elon Musk
e Jeff
Bezos vogliano prendere lezioni da un prete?
«Ho formulato 20 proposte per riformare il capitalismo. Ne sto parlando con
grandi famiglie, ma lei non può scriverlo». (Me
ne cita un paio davvero grandi).
Non mi meraviglia. È stato compagno di studi di
Thomas Piketty, autore del discusso «Il Capitale nel XXI secolo». Infatti la
accusano di essere di sinistra.
«Non lo sono. L’ecologia è universale».
Profetizza che spariranno i ghiacciai.
«Nel 2050 il monte Bianco d’estate sarà verde, è la scienza a dircelo. Balliamo
sul Titanic. Da anni parlo della tropicalizzazione del clima e guardi ora
quello che è accaduto nella vostra Emilia Romagna».
Che cos’ha in comune con Petrini?
«La speranza nell’umanità. Negli Stati Uniti si consumano 130 chili di carne
pro capite l’anno, nell’Africa subsahariana 5. Per una dieta corretta ne
bastano 60».
Apollinare Veronesi diede il pollo agli italiani.
Mi raccontò che al suo paese si mangiavano appena 1,4 chili di carne l’anno.
Oggi a Lugo di Valpantena sono molto più sani e più ricchi di 70 anni fa.
«Siamo passati dal nulla al troppo. La bistecca quotidiana è la conferma
simbolica che l’uomo si ritiene il predatore universale della Creazione. Non va
bene. Noi siamo i servitori della Creazione».
È una buona forchetta come Petrini?
«Ah, no. Mangio poco. Sono vegetariano. Vorrei diventare vegano, ma un francese
fatica a privarsi di formaggi e uova».
Da direttore dell’Agence française de
développement qual è la peggior tragedia che vide girando il mondo?
«La desertificazione del Sahel. L’Africa conta oggi 1,3 miliardi di abitanti,
nel 2050 saranno almeno 2,3. Entro sette anni in tutto il pianeta 2 persone su
5 non avranno acqua potabile».
Il Club di Roma previde nel 1972 che sulla Terra
saremmo arrivati a 8 miliardi d’individui nel 2020. Ci siamo.
«La crescita demografica non è il problema. Già oggi si produce cibo sufficiente
per 12 miliardi di persone ma il 33 per cento viene buttato via e 800 milioni
di poveri non hanno nulla da mangiare».
Che ci faceva in una commissione scientifica con
Joseph Stiglitz, il premio Nobel per l’economia che ha ispirato Beppe Grillo e
il Movimento 5 Stelle?
«Non sapevo di questo legame. È un collega e un amico. Abbiamo studiato come
determinare una tassa equa sul carbone: dovrebbe arrivare a 300 dollari a
tonnellata nel 2030 e a 400 nel 2040».
È vero che sta scrivendo il programma di sviluppo
per il governo del Sudafrica?
«Sì, con il mio centro di ricerca lavoro al primo modello di politica economica
e ambientale. Sarà pronto entro il 2024».
Dove ha imparato l’italiano?
«A Roma, in piena pandemia, facendo il cuoco e l’inserviente nella mensa per i
rifugiati del Centro Astalli. Poi attraversavo la città deserta e andavo a
suonare Bach, Mozart, Chopin e Debussy per l’ambasciatrice di Francia presso la
Santa Sede, sul pianoforte di Villa Bonaparte».
«Il gusto di cambiare» applicato alla sua vita
che cosa comporterebbe?
«La riduzione dei viaggi in aereo. Nel 2016 ho toccato il folle record di 17
voli intercontinentali in un mese. Sulla rotta Parigi-New York, e ritorno, un
aviogetto emette 3,2 tonnellate di anidride carbonica a passeggero. È il triplo
dell’impronta media di un ugandese in un anno».